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Berlino: 'Nina Roza', l’arte come riconoscimento reciproco. Chiara Caselli nel cast

16-02-2026 Carmen Diotaiuti Reading time: 4 minutes

BERLINO - Un racconto fatto di sguardi, silenzi e attese, in cui l’arte diventa strumento di riconoscimento reciproco tra adulti e bambini, tra chi cerca e chi viene cercato, sostenuto da una sceneggiatura elegante che esplora il significato del ritornare a casa, non solo in senso geografico, ma soprattutto emotivo e identitario. Tra le coproduzioni Italiane minoritarie in Concorso a Berlino Nina Roza, scritto e diretto da Geneviève Dulude-De Celles, vincitrice del Crystal Bear al Festival di Berlino con Une Colonie nel 2019. Una coproduzione tra Canada, Italia, Bulgaria, Belgio, prodotta da Colonelle Films, l’italiana UMI Films, PREMIER studio, Echo Bravo, con il contributo del Ministero della Cultura e con il sostegno di SODEC, che vanta nel cast anche Chiara Caselli, nei panni di una gallerista, insieme a Ekaterina Stanina, Sofia Stanina, Michelle Tzontchev e Galin Stoev, che interpreta il mercante d’arte Mihail, che viaggia dal Québec alla campagna bulgara alla ricerca di una misteriosa ragazzina prodigio di otto anni, capace di dipingere autentici capolavori, diventata virale in rete con migliaia di visualizzazioni. Per Mihail, inviato a valutare il reale valore della produzione della bambina, il viaggio è un ritorno verso la sua patria di origine, che aveva lasciato negli Anni ’90, e un doloroso confronto con i fantasmi del passato.

Dualità e rispecchiamento

Il film sfida i cliché sull’Europa dell’Est: “È importante che il personaggio centrale non rubi auto e non sia un lavoratore straniero. In Canada arrivano immigrati ben istruiti e professionisti, ed è importante uscire dai cliché”.

Il titolo riassume la connessione tra due mondi nei nomi Nina e Roza, la bambina prodigio e la figlia del protagonista, due personaggi che si rispecchiano una nell’altra, e riflette la dualità del film e del personaggio principale, Mihail, che deve confrontarsi con due identità: una canadese e una bulgara, legata alla vita che si è lasciato alle spalle. Nina richiama per lui il ricordo di sua figlia quando lasciò la Bulgaria, “nel film giochiamo molto con il concetto di dualità e di rispecchiamento”, sottolinea la regista.

Scelte, sacrifici e vulnerabilità

Il film esplora la scelta del protagonista di abbandonare la Bulgaria e i sacrifici ad essa collegati: “C’è un elemento di lutto e di elaborazione del lutto. I genitori hanno le loro ragioni per migrare, ma i bambini di otto anni possono avere difficoltà a capire perché vengono sradicati dalla loro vita. Quando Mihail incontra la gallerista, interpretata da Chiara Caselli, lei pensa di offrire qualcosa di positivo per la famiglia, mandare la giovane artista a studiare in Italia per offrire una vita migliore a lei e alla sua famiglia. La madre vuole questo per sua figlia, ma ciò che è difficile da cogliere è il punto di vista del bambino, cosa gli costerà abbandonare la sua casa d’origine”.

All’inizio del film Mihail è un uomo della ragione, attaccato alle motivazioni per cui ha lasciato la Bulgaria trent’anni fa. Ma alla fine, durante il viaggio, si percepisce che ci sono pezzi che gli sono sfuggiti, inclusa la prospettiva di sua figlia. “Questa umiltà è bella, credo nella vulnerabilità e nell’essere autentici e onesti”, aggiunge Geneviève Dulude-De Celles.