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‘La ragazza con la Leica’, la coraggiosa vita di Gerda Taro è il film di apertura in Orizzonti

02-09-2026 Monica Sardelli Reading time: 8 minutes

Film di apertura della sezione Orizzonti, durante l'83ª della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, La ragazza con la Leica di Alina Marazzi è liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Helena Janeczek vincitore del Premio Strega, edito da Guanda editore. È ambientato a Parigi nel 1937 alle soglie del secondo conflitto mondiale e ruota attorno ad un gruppo di giovani ebrei rifugiati si ritrovano nella capitale francese dopo essere sfuggiti alla Germania nazista Parigi 1937. Hanno una gran voglia di vivere e sono ancora convinti che tutto sia possibile, che il mondo possa essere salvato dalla follia che, nel giro di pochi anni, avrebbe portato il mondo sull’orlo della sua distruzione.

Il film si sofferma sulla vita di Gerda Taro nome d’arte di Gerta Pohorylle (qui interpretata da Emilia Schule) ebrea nata in Germania passata alla storia come la prima fotoreporter che pagò con la vita il proprio impegno nel documentare l’orrore della guerra. Tra passato e presente riaffiorano i momenti che hanno segnato la sua vita: l'impegno politico a Lipsia accanto al suo primo amore, gli anni dell’esilio a Parigi, il colpo di fulmine con Robert Capa (Aaron Altaras), la scoperta della fotografia e il desiderio, sempre più forte, di usare la sua Leica come strumento di lotta e di libertà. Quello stesso strumento che la porterà alla morte a Brunete, alle porte di Madrid, sul campo di battaglia dove si trovava per documentare la guerra civile spagnola. Pochi giorni prima di compiere 27 anni.

La ragazza con la Leica è una coproduzione Italia-Germania, prodotto da Vivo Film, Komplizen Film, Eolo Film Productions, Film i Vast, Zentropa, Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura, ZDF/Arte con il sostegno di Eurimages, Regione Lazio, Film Commission Torino Piemonte.

Il cast coinvolge, oltre a Emilia Schule e Aaron Altaras, anche Luna Wedler, Lucas Englander, Thomas Schubert, Sebastian Schneider, Idan Weiss, Joel Basman, Lia von Blarer, Hans-Christian Hegewald, Jeremy Mockridge

Le fotografie di Gerda Taro hanno il potere di tracciare una linea di dialogo tra passato e presente, proprio come la sua storia. Il desiderio di libertà, lo sguardo sul mondo, la gioia di vivere e la determinazione di questa giovane donna vissuta quasi cent’anni fa hanno lasciato una traccia indelebile in chi l’ha amata e risuonano ancora oggi con grande intensità” ha commentato la regista Alina Marazzi.

Torino come Parigi nel film su Gerda Taro

L’opera seconda di Alina Marazzi è stata girata nell’autunno 2025 per 6,5 settimane utilizzando una troupe di circa 70 professionisti. Le riprese sono partite a Lipsia, in Germania, dove si svolge parte della storia, in particolare nei flashback che vedono il gruppo di ragazzi impegnati politicamente prima di fuggire alla follia totalitaria del terzo reich.

Le riprese hanno poi coinvolto Torino, che si è trasformata nella Parigi degli anni Trenta: tra le location coinvolte, i portici di piazza Carlo Alberto e i giardini di Palazzo Reale, che inscenano un parco parigino. Nei dintorni del capoluogo piemontese, l’ex fabbrica Bona, a Carignano, è l’atelier dove i protagonisti sviluppano, guardano e selezionano le fotografie sulla guerra civile spagnola. A Venaria Reale – nel parco La Mandria, e a Borgo Carnalese, complesso architettonico alle porte di Villastellone – sono state girate numerose scene ambientate in Spagna, dove Gerda e Capa documentano la guerra tra franchisti e repubblicani.

Prima di spostarsi a Parigi, la troupe ha girato una piccola parte del film a Roma, in particolare le scene in spiaggia che vedono coinvolti Gerda e il suo primo amore Georg, che si è trasferito in Italia per studiare medicina. Anche le scene lungo la Senna sono in realtà girate sul lungotevere.

Gerda Taro e Robert Capa

Il film racconta, tra le altre cose, le circostanze che portarono all’incontro di Gerda con l’uomo che l’avrebbe iniziata alla fotografia, di cui fu compagna e partner professionale. Fu grazie all’amica e coinquilina Ruth (interpretata da Luna Wedler) che Gerda conobbe a Parigi l'ungherese Endre Friedman. Ebreo antifascista si guadagnava da vivere scattando fotografie. Quell’uomo sarebbe diventato famoso con il nome di Robert Capa, sedicente fotografo statunitense giunto in Francia per lavoro. Grazie a questo espediente la coppia riuscì ad ottenere commesse soprattutto come fotoreporter di guerra.

Nel 1936, un anno prima della morte della donna, la coppia era in Spagna a documentare la guerra civile con la convinzione che anche la loro testimonianza avrebbe contribuito alla vittoria dei repubblicani e alla sconfitta sui franchisti, al contrario di quel che stava accadendo in Germania e in altre parti d’Europa dove i totalitarismi stavano prendendo sempre più piede.

All’epoca della storia di Gerda la fotografia ha avuto un ruolo molto importante, è stata un po’ l’età d’oro del fotogiornalismo, se pensiamo che all’epoca la maggior parte della popolazione era analfabeta e non poteva leggere quello che veniva scritto sui giornali. Attraverso le fotografie si poteva mostrare ciò che accadeva mei luoghi di conflitto, come gli effetti sulla popolazione civile della guerra di Spagna” commenta Alina Marazzi a proposito del ruolo della fotografia nella società.

La valigia messicana: l’incredibile storia delle foto della guerra di Spagna

Per decenni la figura di Gerda rimase nell’oblio, relegata nel ruolo di compagna di Robert Capa e lo stesso avvenne con le sue opere. Come evidenziato nel film, infatti, la coppia aveva l’abitudine di pubblicare i propri scatti come parte di un unico progetto senza distinguere chi li avesse realmente realizzati. Questo penalizzò naturalmente la donna.

L’equivoco si sciolse quando negli anni Novanta grazie al casuale ritrovamento, a Città del Messico, di una valigia e del suo prezioso contenuto. Nel 1939, con i tedeschi alle porte di Parigi, l’assistente di Capa Imre Weiss aveva riposto i negativi di Capa in uno zaino ed era partito in bicicletta nel tentativo di imbarcarli su una nave diretta in Messico. Li aveva poi affidati ad un cileno chiedendogli di portarli al sicuro nel suo Consolato. Da quel momento se ne persero le tracce fino al ritrovamento della valigia nella metà anni Novanta.

Anni dopo, quando la “valigia messicana” arrivò all’International Centre of Photography di New York, si scoprì che conteneva non solo gli scatti di Capa, come si pensava inizialmente, ma anche l’opera di Gerda Taro, oltre ad alcuni suoi ritratti e ad alcuni rullini di David Seymour. Documenti preziosissimi che raccontavano frammenti di vite umane, scene di guerra e la lotta per la libertà di uomini e donne coraggiosi.

Scatti senza tempo, ancora attualissimi.