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La Venezia non sempre Venezia de 'La Primavera'

04-02-2026 Gianni Pittiglio Reading time: 8 minutes

La Primavera, diretto da Damiano Michieletto, che racconta le vicende della giovane Cecilia e del suo maestro, Antonio Vivaldi, è liberamente tratto dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa (2008), vincitore del Premio Strega del 2009, ed è ambientato nella Venezia di inizio Settecento (trailer).
Gli interpreti, tra cui la brava Tecla Insolia, di nuovo nei panni di un’educanda dopo L’arte della gioia (Golino 2024), e Michele Riondino, in quelli del grande musicista, si muovono negli spazi lagunari che forniscono diversi spunti per questa rubrica, anche perché non sempre così facilmente riconoscibili. In alcuni casi, infatti, c’è il trucco che qualche domanda allo scenografo Gaspare De Pascali permette di scoprire.
La prima sequenza, per esempio, è ambientata nel chiostro del Pio Ospedale della Pietà, struttura assistenziale che, come istituti simili in tante altre città dell’epoca, era insieme convento, orfanotrofio e conservatorio. Non a caso, peraltro, la parola stessa ‘conservatorio’ in origine designava proprio quei luoghi che tra XVI e XVIII secolo “conservavano” bambini orfani, abbandonati e poveri, garantendogli un’educazione e insegnandogli un mestiere, tra cui la musica.

Il chiostro di S. Alessio a Roma trasformato in veneziano - © Gaspare de Pascali

E, in effetti, il Pio Ospedale della Pietà ebbe come insegnanti di musica maestri del calibro di Vivaldi e di Francesco Gasparini, ma questi di certo non passeggiarono mai in quel chiostro, che torna più volte durante il film, poiché non esiste nella realtà ed è frutto di un grande lavoro di scenografia che ha trasformato il chiostro romano di S. Alessio sull'Aventino (in realtà basilica dei Ss. Bonifacio e Alessio) in qualcosa di totalmente veneziano, con tanto di archi inflessi arabeggianti.
L’istituto della Pietà si vede anche dall’esterno e meglio che mai in una delle ultime scene del film, in occasione del concerto organizzato per celebrare la presa di Corfù da parte della Serenissima, avvenimento che inserisce il racconto del romanzo e del film in un preciso momento storico, dato che l’assedio dell’isola minacciata dai Turchi avvenne dall'8 luglio al 21 agosto 1716. In questo caso a “interpretarlo” è un altro edificio veneziano, la chiesa di Santa Giustina nel sestiere di Castello, fondata nel Medioevo e poi sconsacrata nel 1810. La sua facciata in ordine gigante, con quattro grandi colonne corinzie che scandiscono gli spazi e che sorreggono un grande architrave, è di Baldassarre Longhena (1640) ed è perfettamente riconoscibile mentre gli spettatori del concerto, provenienti dall’attiguo Ponte delle fondamenta di S. Giustina, si affrettano per entrare dal portale.
Perché tutti questi espedienti per rappresentare nel film l'antico Ospedale della Pietà? 

S. Giustina a Venezia "interprete" del Pio Istituto della Pietà - © Gaspare De Pascali

Presto detto, perché l’istituto, noto anche col nome di Santa Maria della Pietà e anch’esso situato nel sestiere di Castello, sulla riva degli Schiavoni, a pochi passi dalla scuola dalmata di San Giorgio con i famosi capolavori di Vittore Carpaccio raffiguranti le Storie dei santi Girolamo, Giorgio, Trifone (1502-1507), fu totalmente trasformato dopo gli anni in cui è ambientato il film, rendendone impossibile il suo utilizzo come location.
La chiesa della Pietà, che affaccia sul mare, infatti, venne progettata da Giorgio Massari e costruita tra 1745 e 1760, mentre la facciata fu realizzata addirittura nel 1906, seppur con i disegni dell’architetto veneziano che l’aveva ideata in origine.
L’ospedale, invece, era stato fondato nel 1346 dal francescano Petruccio d’Assisi che, stando alle cronache del tempo, raccoglieva in città le elemosine per i bambini abbandonati al grido di “pietà, pietà”. I suoi spazi, però, ai lati della chiesa, oggi sono trasformati in strutture ricettive come l’Hotel Metropole o l’Hotel Locanda Vivaldi, il cui nome è ormai l’unica connessione con la storia antica di quel luogo.

L'unica parte girata in un palazzo nobiliare, dove si svolge la lunga sequenza in cui diversi personaggi ridono, scherzano e giocano a moscacieca, e più tardi ascoltano un piccolo concerto da camera al cospetto del re di Danimarca (allora Federico IV, che governò dal 1699 al 1730), l'edificio utilizzato è palazzo Taverna, non esattamente su Canal Grande, come sembra, ma in pieno rione Ponte a Roma. Nella scena Elisabetta/Valentina Bellè viene rincorsa nei saloni dell'ala barocca fino ad arrivare davanti a delle porte decorate con vedute marine, e durante il concerto, mentre Cecilia e Antonio Vivaldi duettano a meraviglia e tutte le ragazze dell'istituto suonano indossando una tipica maschera veneziana che ne nasconde l'identità, vediamo persino l'acqua dalle finestre, grazie alla magia del blue screen

I tre dipinti inseriti nella scenografia - © Metropolitan Museum, New York

A chiusura di questo contributo resta da analizzare, come ultimo elemento storico-artistico, i dipinti che decorano gli ambienti e che talvolta vengono ripresi dalla regia e che, una volta riconosciuti, chiariscono ulteriormente il lavoro fatto dagli scenografi, che li hanno pescati tutti al Metropolitan Museum di New York. Nella sala dell'istituto in cui i pretendenti vanno a selezionare le ragazze da prendere in sposa, sopra al camino c'è il Ritratto di Filippo Archinto, pienamente adatto al contesto veneziano, poiché fu Tiziano Vecellio a dipingerlo intorno al 1550 per l'arcivescovo di Milano, membro del Concilio di Trento con posizioni fermamente antiprotestanti. D'area più lombarda e leonardesca è, invece, la Madonna col Bambino di Bernardino dei Conti, tavola a cavallo tra '400 e '500, che vediamo mentre Cecilia osserva la trance compositiva con cui Antonio Vivaldi sta lavorando in chiesa. E così, anche sull'altare oltre il quale è la grata della cantoria da cui i fedeli ascoltano suonare e cantare le “Figlie del Choro” - così venivano chiamate le musiciste del convento -, compare un grande dipinto raffigurante il Salvator Mundi. Si tratta di una riproduzione di una tavola realizzata da Domenico Fetti (Roma 1589 - Venezia 1623), pittore barocco noto anche come “il Mantovano” in virtù del suo soggiorno nella città lombarda. L’opera fu dipinta tra 1622 e 1623 proprio a Venezia per il conte Francesco Gambara di Brescia. Inutile dirlo, ma anche in questo caso, il grande ambiente in cui si svolgono queste scene è in realtà nel Lazio, nella chiesa di San Pietro apostolo di Vicovaro Mandela, a nord-est di Roma, sapientemente modificato dal gran lavoro fatto da Gaspare de Pascali, che ringraziamo ancora per aver risolto alcuni di quelli che per noi erano degli enigmi. 
In tutti questi casi la Venezia del film si cela altrove, soprattutto a Roma e dintorni, ma come visto in qualche modo anche a New York, accrescendo la sensazione di essere coinvolti in una sorta di nascondino, a cui Arte e Location ha provato a giocare per i suoi lettori.

L'altare della chiesa di Vicovaro Mandela in scena con il dipinto di
Domenico Fetti di New York - © Gaspare de Pascali

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