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‘L’estranea’, il dramma della vita che accade. La spirale familiare di Strippoli, tra Bari e Roma

07-09-2026 Carmen Diotaiuti Reading time: 13 minutes

VENEZIA - Una madre, una figlia, una verità rimasta nascosta per vent’anni e una famiglia che, nel tentativo disperato di controllare il proprio destino, finisce per precipitare. Ne L’estranea di Paolo Strippoli, in Concorso a Venezia e nelle sale dall’8 ottobre, c’è un nucleo familiare che prova a tenere tutto sotto controllo: genitori convinti di poter costruire il futuro dei propri figli, una figlia che tenta di liberarsi da un ruolo che sente troppo stretto, una madre che custodisce una verità capace di cambiare il senso di tutta una storia. E poi c’è qualcosa che arriva dall’esterno, qualcosa di estraneo e insieme profondamente familiare, che fa saltare gli equilibri.   

Da questa tensione nasce il film, scritto dal regista insieme a Salvatore De Chirico, un racconto nel quale il dramma familiare si intreccia con una riflessione più ampia sull’umana illusione di poter governare la vita.  Una produzione Propaganda Italia con Rai Cinema in associazione con Dinamo Film, in coproduzione Italia-Francia-Belgio con Kazak Productions e Tarantula. Con protagonisti Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi, interpreti di una famiglia nella quale amore, protezione, aspettative e controllo finiscono progressivamente per confondersi.

Strippoli: la mia più grande scoperta, perdere il controllo

La parola che forse più di tutte attraversa il film è 'controllo'. Paolo Strippoli racconta che l’idea del film nasce da un’ossessione personale. “È iniziato tutto da una cosa che mi ossessiona: la perdita del controllo”. Una contraddizione che riguarda persino il suo mestiere: “Forse sono diventato regista proprio perché sul set ho l’illusione di poter decidere le cose, di poter modellare la realtà”.

“Il seme di molti grandi problemi mentali nasce quando ci scontriamo con l’impossibilità di controllare la vita, perché le cose succedono e non chiedono il permesso”. È proprio questa frattura a mettere in moto L’Estranea: il momento in cui una famiglia scopre che il futuro che aveva immaginato non può essere controllato e che il passato, per quanto possa essere nascosto, prima o poi torna a presentare il conto.

Bari, il 1999 e una borghesia sull’orlo del precipizio

L'estranea è stato girato in gran parte a BariMonopoli e Gioia del Colle. Il territorio è una componente essenziale della narrazione che accoglie la parabola di una famiglia dell'imprenditoria barese che trasforma la città e il suo tessuto sociale. Il film guarda a Bari e alla Puglia del 1999, una realtà che Strippoli conosce direttamente, essendovi cresciuto. È una Bari attraversata da una fase di crescita economica e industriale, nella quale una determinata borghesia ha conquistato con il lavoro il proprio status e ora vive nella paura di perderlo. "È una classe sociale particolarmente interessante perché si trova in una posizione intermedia: abbastanza in alto da avere qualcosa da perdere, ma non abbastanza in alto da poter contare su un vero paracadute. Solo i borghesi possono cadere. Chi sta più in basso può alzarsi, chi sta più in alto è fornito di un paracadute. Ma loro? Loro sono sull’orlo del precipizio”.

La famiglia Colonna vive proprio in questo spazio di paura. I suoi tentativi di controllare figli e futuro non nascono necessariamente dalla superficialità o dall’ambizione fine a se stessa. Nascono, almeno nelle intenzioni dei genitori, dall’amore. Vogliono garantire ai figli una vita felice. Ma nel momento in cui cercano di determinare quella vita, finiscono per caricarli di aspettative. “È un atto d’amore”, racconta Strippoli. Un atto d’amore che però diventa anche una forma di imposizione: i genitori cercano di tracciare una strada e non riescono ad accettare che i figli possano imboccarne un’altra, e soprattutto non riescono a cambiare direzione quando è la vita stessa a farlo".

La famiglia come filtro del mondo

Il film, precisa Strippoli, non vuole essere un attacco alla famiglia tradizionale, piuttosto un’indagine sulla famiglia come un piccolo specchio della società più grande. "In un nucleo familiare la realtà esterna arriva innanzitutto attraverso i genitori. Sono loro il primo filtro attraverso cui un bambino conosce la realtà". Una funzione di filtro che Strippoli considera decisiva e che accompagna l’individuo per tutta la vita. “Ogni genitore è un narratore, è un autore dei propri figli”. Il problema arriva quando quel filtro non funziona, quando la realtà viene trasmessa attraverso la paura, l’ansia, il desiderio di controllo o un sistema di aspettative troppo pesante. “I genitori possono fare grandissimi danni se non filtrano bene il mondo”.

È qui che L’Estranea diventa anche un film sulla trasmissione del dolore: ciò che accade a una generazione non rimane necessariamente confinato a quella generazione- Passa ai figli, si trasforma, si nasconde, riemerge.

La spirale del dolore familiare e i dispositivi di compensazione

La struttura prende progressivamente la forma di un film in tre atti, in cui viene alternato presente e passato e il racconto viene distribuito tra i diversi membri della famiglia, di volta in volta protagonisti. Una delle immagini ricorrenti del film è la spirale, rappresentata sullo schermo in diverse forme, mentre i personaggi sembrano muoversi continuamente dentro uno schema dal quale non riescono a uscire. 

Strippoli racconta di essere tornato anche in questo film a un tema presente nei suoi lavori precedenti: i dispositivi di compensazione. "Sono dipendente dai dispositivi di compensazione perché vivo tutto in maniera molto passionale”, spiega, riferendosi anche alla propria esperienza con le emozioni e l’ansia per il futuro. Nel film questi meccanismi prendono forme concrete. La donna-estranea fuma, controlla il proprio corpo e la propria postura, mangia compulsivamente spirali di liquirizie. Sono gesti apparentemente quotidiani che diventano la manifestazione fisica di una tensione interna, in cui la spirale è immagine dell’incapacità di uscire da se stessi. 

Jasmine Trinca: il controllo è amore sbagliato 

Per Jasmine Trinca, nel film madre borghese, il centro emotivo della pellicola è legato proprio alla maternità. “Gli atti dei genitori sono atti d’amore”, dice, ma possono diventare “atti di un amore sbagliato, che non considera davvero l’altro e cerca soltanto di proteggerlo attraverso il controllo”. Il controllo elimina lo spazio necessario alla fragilità: “Non c’è spazio per i figli, soprattutto per il figlio del mio personaggio, per accogliere la fragilità”. La tragedia del suo personaggio è anche l’incapacità di riconoscere quella fragilità. Non solo quella degli altri, ma anche la propria. “Non ha gli strumenti per leggere la fragilità nell’altro e, peggio ancora, in se stessa”.

Per Trinca il film è stato anche l’occasione per tornare a mettere in discussione un’idea di maternità perfetta. Il lavoro con Strippoli, dice,  le ha permesso di “smontare ancora una volta l’idea della perfezione, del rigore, del controllo nella maternità”, per lasciare spazio alla possibilità di ammettere che si può sbagliare. “Le madri perfette, ieri come oggi, possono essere spaventose”.

L'estranea che fa saltare le maschere

La figura interpretata da Valeria Bruni Tedeschi è “l’estranea”: qualcuno-qualcosa che arriva dall’esterno e contemporaneamente appartiene profondamente a noi. Opposta al familiare, ma è anche una parte di noi che risuona fortissimo. Una figura che può apparire quasi diabolica e che permette al film di far saltare le maschere. Trinca utilizza un proverbio per descrivere questo meccanismo: “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. E nella famiglia del film sembra accadere qualcosa di paradossale: “fanno solo coperchi”.  Per non far vedere, per non far sentire, per non far uscire ciò che si trova sotto.

Per Valeria Bruni Tedeschi il rapporto con il personaggio è ancora più intimo. “La conosco molto bene”, racconta. È come una vecchia amica della sua vita, una presenza che “è sempre stata dentro di me” e che da sempre le pone dilemmi, obbligandola a scegliere continuamente. Quando Strippoli le ha proposto il personaggio, l’attrice ha avuto la sensazione di poter invitare quella vecchia amica a entrare nel film. E quella presenza, diventata l’Estranea, finisce per mettere in discussione l’intero equilibrio della famiglia.

Romana Maggiora Vergano, la figlia che scappa

Romana Maggiora Vergano interpreta Alice Colonna, una figlia che rifiuta di essere semplicemente figlia. “È una figlia che scappa”, racconta. “Scappa dalla madre ma scappa anche proprio dalla definizione di figlia, da un ruolo che le sta stretto”. Per autoaffermarsi e conoscersi, Alice deve allontanarsi dalla propria origine. Scappa da Bari, si rifugia a Roma e prova a chiudere i ponti più convenzionali con la famiglia. È un percorso di emancipazione che passa innanzitutto dalla distanza.

Anche il lavoro sul costume diventa fondamentale per l’attrice. La costruzione fisica del personaggio, la parrucca, la scopertura della nuca e una diversa esposizione del corpo a piedi nudi la portano in una zona di vulnerabilità: “Ho agito in un terreno già pericoloso, che già non mi faceva sentire al sicuro”. Ma proprio quella sensazione diventa liberatoria: ”Mi ha un po’ destrutturata, proprio come persona, e mi ha liberato di molte armature che io ho come donna e come interprete”, ammette.

I mondiali del 2006 come scontro tra felicità e orrore

C’è una scena che per Strippoli condensa forse più di ogni altra il significato del film, quella legata ali mondiali del 2006, vinti dall’Italia. Il punto di partenza è un ricordo personale. Il regista racconta di avere circa tredici anni e di trovarsi al mare, a Punta Prosciutto, con i genitori e altre persone che volevano vedere la partita. Lui, inizialmente, avrebbe voluto fare altro. Alla fine va, e quella serata finisce per trasformarsi per lui in un ricordo luminosissimo.

Quella memoria oggi è diventata materia cinematografica, ma nel film l’euforia calcistica viene collocata nel momento più drammatico della famiglia Colonna. È una scelta fondamentale, perché permette al regista di far convivere nello stesso istante due emozioni opposte: la felicità assoluta di una comunità e il dolore assoluto di una persona. “Per me il sentimento prevalente che doveva venire fuori da questo film è quello della tragedia”. Non la tragedia intesa semplicemente come sventura, ma come paradosso dell’esistenza. “La vita è una tragedia perché succedono cose bellissime, mentre succedono cose orribili”. È possibile che il mondo intero stia festeggiando mentre qualcuno, nello stesso identico momento, sta precipitando. “Vedere le persone che gioivano, mentre una donna piangeva, penso che racconti un po’ la solitudine orribile e spaventosa a cui ogni tanto la vita ci costringe”.

La scena diventa così molto più di una scena di calcio. È una dichiarazione poetica, lo scontro tra felicità e orrore nello stesso momento: la felicità collettiva non può cancellare il dolore individuale,  e il dolore individuale non può fermare il mondo. La vita succede senza chiedere il permesso, e alla fine resta soltanto la possibilità di riconoscersi, di guardarsi davvero e di smettere di proteggersi dietro i coperchi e le maschere. È questa la vera liberazione raccontata dal film: non uscire dalla spirale controllandola, ma riconoscerla e avere finalmente il coraggio di interromperla.