La 21° edizione della Festa del Cinema di Roma inizierà fra una settimana e, quest’anno, l’immagine portante, vera e propria iconografia di memoria cinefila, sarà quella del volto di Monica Vitti ne L’eclisse di Michelangelo Antonioni (1962). La foto, realizzata dal fotografo di scena Sergio Strizzi, sarà celebrata all'interno della mostra allestita presso il Foyer Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, insieme ad altri trenta scatti circa provenienti dall’archivio del fotografo romano, accompagnati dall'anteprima del documentario Terrific Sergio, realizzato dalle figlie, Vanessa e Melissa Strizzi.
La bellissima pellicola di Antonioni, restaurata per l'occasione, verrà proiettata il 22 ottobre al Nuovo Teatro Ateneo di Sapienza Università di Roma. Il film, che chiude la trilogia dell’incomunicabilità del regista ferrarese (dopo L’avventura, 1960 e La notte, 1961), è in gran parte ambientata all’EUR, e ci permette di approfondire per Arte e location il ruolo del quartiere romano all’interno della produzione cinematografica di quegli anni, in cui l’intera zona crebbe letteralmente insieme al cinema italiano.
Antonioni a parte, tra i vari film ambientati nel quartiere in quegli anni va quantomeno citato almeno Le tentazioni del dottor Antonio, episodio di Federico Fellini che occhieggiava alle più canoniche Le tentazioni di sant’Antonio Abate, girato per la pellicola di più autori Boccaccio 70 (1962). In esso Peppino de Filippo, nei panni dell’alto funzionario Antonio Mazzuolo, moralista e bacchettone, tra viale Europa, la scalinata che porta alla chiesa di Ss. Pietro e Paolo e, soprattutto, i grandi prati che allora c’erano tra viale della Civiltà Romana e viale Europa, entrava in ossessione per la figura gigantesca di Anita Ekberg su un cartellone che pubblicizzava il latte in maniera sensuale (e clamorosamente sessista), sulle note del celebre jingle “Bevete più latte” composto da Nino Rota.
La foto scelta per le locandine e i poster di Rome Film Fest XXI, invece, mostra Monica Vitti dietro una massa di mattoni forati, pronti per essere usati in uno dei tanti cantieri allora in corso, simbolo di chiusura, di separazione e visivamente assimilabili agli edifici e palazzi in un ideale skyline di una città moderna. Oltre l’attrice vediamo gli alti fari del velodromo realizzato per le Olimpiadi di Roma del 1960, che collocano la scena nel quadrante di vie dell’Oceano Pacifico, della Tecnica, dei Primati sportivi e, ovviamente, del Ciclismo. La tribuna, che vediamo nella breve sequenza, ci dà un riferimento preciso che la scena è posta all’incrocio tra via dell’Oceano Pacifico e via dei Primati sportivi.
Quel complesso, abbattuto nel 2008 dopo decenni di abbandono, farcito di polemiche anche per via di un’indagine di disastro colposo relativo all’amianto non smaltito prima della demolizione, venne costruito a partire dal 1957 su un progetto nato tre anni prima, dopo il bando del CONI che vide vincere Cesare Ligini e Silvano ricci per l’impianto e la Clemens ed Herbert Schürmann per la pista. Purtroppo, ad oggi, quell’area quantomeno recuperata al verde, resta ancora in attesa di riqualificazione.
L’intero quartiere in quegli anni rappresentò un luogo-non luogo che si attagliava perfettamente alla trama del film di Antonioni. L’EUR, infatti, era stato abbandonato dopo le iniziali costruzioni per l’Esposizione Universale del 1942 – il suo nome è proprio l’acronimo di Esposizione Universale di Roma –, mai realizzata per l’entrata in guerra dell’Italia, e bisognò aspettare i fondi per le Olimpiadi per potervi rimettere mano con una seconda ondata di lavori. Nell’immaginario collettivo, quindi, l’area così lontana dal centro della città e allora estrema propaggine di Roma in direzione sud-ovest, prima di dirigersi verso il mare, era quantomai azzeccata per un film che narra di difficoltà relazionali, di riflessioni alte sul senso della vita, in spazi che risultano più vicini a un film di fantascienza.
E L’eclisse questo lo dimostra sin dall’inizio, mostrandoci sempre all’EUR l’appartamento di Riccardo (Francisco Rabal), dove l’uomo sta litigando con Vittoria (Monica Vitti) che poi lo lascia, e poi quello della donna, poche centinaia di metri più in là.
L’apertura delle tende durante il litigio mostra il “Fungo” di piazza Pakistan, uno degli edifici più identitari del quartiere, nato come serbatoio idrico nel 1957 (architetti Aldo Capozza, Sergio Martinelli; ingegneri Roberto Colosimo, Sergio Varisco) e oggi luogo di ristorazione a più livelli.
La torre alta oltre cinquanta metri e dal futuristico design, che ai tempi appariva perfetta per la fantascienza - non a caso venne utilizzato anche per il distopico L'ultimo uomo della Terra (Ragona - Salkov 1964), tratto dal romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson (1954) e interpretato da Vincent Price -, è divisa dalla grande arteria di via Cristoforo Colombo dal Palazzo dello Sport di Marcello Piacentini e Pier Luigi Nervi, il vero capolavoro centrale del progetto di ampliamento dell’EUR per le Olimpiadi del 1960. E proprio attorno agli ingressi del Palaeur, in un’altra sequenza, Vittoria gioca con alcuni cani, in una notte rischiarata dai lampioni che si perdono in prospettiva, rendendo l’intera scena sempre più rarefatta e distante dalla realtà concreta.
La casa della protagonista, invece, è su via dell’Umanesimo. Nel film vediamo addirittura il civico del suo ingresso, al n. 315, in un piccolo comprensorio con i palazzi in cortina sostenuti da piloty e arricchiti da bei giardini, proprio di fronte alla Casina del Lago, dove Giolitti aprì la sua terza gelateria a Roma proprio in occasione delle Olimpiadi, quando sorse anche lo stesso laghetto artificiale.
Del lago vediamo anche il lato lungo opposto, quello di viale America, dove i protagonisti passeggiano più di una volta, anche se è sul lato breve a ridosso di viale Umberto Tupini che viene inscenato uno dei momenti più cinefili del film. Da lì, dove ancora oggi c’è una piattaforma da cui perlopiù giocano i bambini curiosi dei vari pesci e delle anatre che abitano il lago, viene recuperata dall’acqua l’auto rubata a Piero (Alain Delon), proprio come accadeva per il finale di Psycho, con tanto di analoga inquadratura da dietro… Michelangelo Antonioni si confronta, citandolo, il celebre capolavoro di Hitchcock uscito solo due anni prima e che in qualche modo aveva mostrato fino alle estreme conseguenze la tragedia dell’incomunicabilità.