Share

Enrico Vanzina, la "grande bellezza" di Roma: profondamente popolare, tra aristocrazia e gente comune

24-10-2026 Carmen Diotaiuti Reading time: 4 minutes

Roma e il cinema, un legame che attraversa generazioni, film e immaginari collettivi. È soprattutto questo il cuore del film che Enrico Vanzina presenta alla Festa del Cinema, La sera a Roma, tratto dal suo primo romanzo giallo del 2018. Un omaggio alla Capitale e alla tradizione di quella commedia all’italiana capace di raccontarla attraverso i suoi personaggi, le differenze sociali, le debolezze e le contraddizioni. Per Vanzina rendere omaggio a Roma significa tornare volutamente a una tradizione cinematografica di cui la sua stessa storia familiare e professionale è parte integrante. “Volevo fare un omaggio a Roma, che considero una città profondamente popolare”, racconta. Una dichiarazione che contiene già la sua idea di cinema: popolare non come sinonimo di semplice o superficiale, ma come capacità di entrare in relazione con il pubblico, di raccontare ambienti riconoscibili e di restituire qualcosa della vita reale. “Mi interessa quel cinema popolare, nel senso più nobile del termine: un cinema in cui il pubblico possa riconoscersi, divertirsi, emozionarsi, riflettere e anche sorridere”, spiega rivendicando il valore di un cinema capace di osservare la realtà senza imporre giudizi morali.

“Roma è una città in cui convivono l’aristocrazia e il popolo, e in cui esiste un rapporto continuo con la gente”. È proprio questa convivenza, con le sue distanze e i suoi incontri, a rendere la città, che qui appare insieme elegante e decadente, una materia narrativa inesauribile. “Ho cercato di raccontare la città attraverso le immagini, senza fare un documentario. È un racconto su Roma; quindi, non posso fare a meno di riprese, soprattutto notturne, che riescano a evocare una città affascinante" continua Vanzina, rivendicando però il non essersi abbandonato troppo alla spettacolarizzazione del paesaggio: “Ho utilizzato pochissimi droni, sono un po’ stanco di vedere droni dappertutto”.

Nel film, un giallo corale ambientato nel mondo dell’aristocrazia nera romana, le vicende dei personaggi si legano a una più ampia riflessione sulle fragilità umane, sulle bugie e sull’amore in età adulta. Il riferimento al cinema del passato viene naturale. Nel raccontare il rapporto con la Capitale, Vanzina richiama Febbre da cavallo e Un americano a Roma firmati dal padre Steno, due titoli che condividono la capacità di trasformare Roma in un mondo riconoscibile, fatto di linguaggi, comportamenti, aspirazioni e tipi umani. Un luogo in cui la commedia può diventare osservazione sociale e in cui, dietro l’ironia, affiora spesso un ritratto affettuoso delle debolezze italiane. Ma pure La donna della domenica di Luigi Comencini, un film, tratto anch'esso da un romanzo, sul mondo altolocato torinese, con un'andatura classica da giallo, contaminata da momenti di commedia.

Una tradizione alla quale Vanzina si sente legato anche attraverso il proprio percorso di giornalista, sulle pagine de Il Messaggero e del Corriere della Sera. Il cinema e la scrittura, in questo senso, sono per lui due modi complementari di guardare la città: osservare le persone, ascoltarne le storie e cogliere le contraddizioni che attraversano la società. Cinema e giornalismo condividono, nella sue parole, la responsabilità del racconto e la necessità di mantenere uno sguardo indipendente, capace di osservare le contraddizioni senza nasconderle. “Entrambi conservano la possibilità di cogliere i segnali del presente e di intuire ciò che sta arrivando, offrendo strumenti per leggere la società oltre la superficie delle notizie”. Tant’è che in un battuta fulmimante del film uno dei personaggi si sofferma a dire che “cinema e il giornalismo sono rimasti gli ultimi due baluardi della libertà”. L’importante, rimarca Vanzina citando un celebre motto di Mark Twain, è “non diventare come quei giornalisti che sanno distinguere il vero dal falso, e poi pubblicano il falso”.