Le prime due puntate della serie Chiaroscuro di Jan Maria Michelini che unisce il crime all’arte - presentata alla Festa di Roma e su Netflix dall'11 novembre - offrono un assist imperdibile per Arte e Location, con scene ambientate in diversi luoghi di Roma e con grandi artisti cinquecenteschi, come Tiziano e Bronzino, seicenteschi, come Artemisia Gentileschi e Rubens, e novecenteschi, come Matisse, Modigliani e Lichtenstein, tirati in ballo dalla sceneggiatura. Nelle varie sequenze della serie, in cui vengono utilizzati in maniera massiccia i droni che ci permettono di vedere la città dall’alto, si riconoscono viale di Villa Medici, Palazzo Barberini, la cosiddetta Valle delle Accademie, Ponte Flaminio, il Vittoriano, i Fori, la Colonna Traiana, la Lupa Capitolina su Piazza del Campidoglio, il Pantheon e, naturalmente, il Colosseo, che in un caso fa addirittura da sfondo ravvicinato ai due protagonisti maschili che parlano sulla terrazza di uno dei palazzi di fronte su Colle Oppio.
Ad accrescere la netta dicotomia tra i due investigatori, il commissario Angelo Tiberi (Andrea Lattanzi), popolare e ruspante, e il “geniale” Cosmo Speranza (Pierpaolo Spollon), figlio di un professore di storia dell’arte (Alessandro Preziosi) dalla doppia vita e dalla doppia famiglia (ovvero quando il patriarcato viene celebrato come mito), intervengono anche i luoghi in cui vivono. Il primo a ridosso della chiesa di Dio Padre Misericordioso, a Tor Tre Teste, in città meglio nota come “Le tre vele”, di Richard Meier (2003), realizzata nella periferia est di Roma; il secondo, invece, ha una splendida casa-atelier sulla terrazza del palazzo dell’ex pastificio Pantanella. L’edificio ottocentesco su via dell’Ara Massima di Ercole, tra Santa Maria in Cosmedin, di cui si vede spesso il campanile romanico nelle riprese dall’alto, e il Circo Massimo, è ancora oggi il luogo dove vengono realizzati i costumi e le scenografie del Teatro dell’Opera, con l’enorme salone dove vengono dipinti i fondali, che vediamo di sfuggita.
Sono però alcune opere d’arte a entrare nella trama con un ruolo determinante, intrecciandosi ai delitti su cui si ritrovano coinvolti non solo Tiberi e Speranza, ma anche le protagoniste femminili, la collega del primo, Eleonora Quarto (Romana Maggiora Vergano), la sorella del secondo, Leda Speranza (Matilde Gioli) e anche Mia Keller, la figlia di una mercante d'arte, per cui lavora Cosmo. In entrambe le puntate, oltre a opere che rivestono un ruolo centrale, su cui a breve torneremo, vengono citati un disegno di Bronzino, che non viene inquadrato; una versione della litografia di Crying Girl di Roy Lichtenstein (1963), icona della pop art; e una doppia versione del Ritratto di Jeanne Hébuterne con cappello di Amedeo Modigliani, che oggi risulta in una collezione privata italiana. Tra i due dipinti Cosmo, quasi distrattamente e senza troppa attenzione, non fatica a identificare l’originale, grazie a un occhio capace di notare un pentimento dell’artista sulla tela, per i comuni mortali ravvisabile solo con una radiografia… altro che “sprezzatura” di Baldassarre Castiglione e Giorgio Vasari!
Ma veniamo ai dipinti su cui la sceneggiatura si sofferma di più.
La prima puntata inizia con Cosmo che arriva in motorino nei giardini di Villa Medici, entrando dalla facciata con i leoni e poi, magia del montaggio, sale sulla scala di Bernini di Palazzo Barberini. L’esperto d’arte arriva al piano nobile del palazzo di via Quattro Fontane ed entra nel grande salone di Pietro da Cortona, dominato da uno degli affreschi più famosi del Seicento, l’Allegoria della Divina Provvidenza con cui il pittore toscano celebrò la famiglia di papa Urbano VIII (1623-1644), aprendo la via agli "sfondati" barocchi.
L’occasione è l’inaugurazione di un dipinto arrivato nella Galleria Nazionale d’Arte Antica, una fantomatica Donna con violino di Tiziano che nella riproduzione scenografica prende addirittura vita nella mente di Cosmo. Dopo questo inserto iniziale – che si ripeterà con un Matisse, guardando il quale Cosmo avrà la visione del pittore francese davanti alla modella seminuda su un divano –, la puntata è incentrata soprattutto sul dipinto di Artemisia Gentileschi conservato allo Szépmûvészeti Múzeum di Budapest, raffigurante Sisara che uccide Giaele (1620), di cui una copia viene acquisita da una pinacoteca pubblica sul mercato antiquario. L’opera viene rubata e la sua iconografia viene sfruttata dall’assassino per uccidere nello stesso modo il direttore del museo, dal nome evocativo di uno scultore del Seicento, Domenico Guidi, tra gli allievi di Bernini che contribuirono agli angeli di Ponte Sant’Angelo per Clemente IX Rospigliosi (1667-1669).
L’episodio biblico del dipinto, invece, tratto del Vecchio Testamento, in cui Giaele uccide il generale cananeo conficcandogli un picchetto da tenda nella tempia, è una delle salvazioni di Israele al pari di altri celebre scene come David e Golia o, ancora meglio, data la protagonista femminile, Giuditta e Oloferne.
Nella finzione, la pinacoteca romana che acquista il dipinto dalla casa d’aste Calligaris, nome di fantasia creato per l’occasione, è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, forse appositamente chiamata Galleria Nazionale, per evitare di ricordare agli spettatori che si tratta di una galleria d’arte contemporanea che non potrebbe mai acquisire un dipinto del XVII secolo. La galleria, nel mondo dell’arte nota con l’acronimo di GNAM, si riconosce perfettamente. La regia, infatti, riprende la facciata dell’edificio progettato da Cesare Bazzani per le Retrospettive del 1911 che celebravano i cinquant’anni dell’Unità d’Italia, su via delle Belle Arti, con il portico sorretto da colonne binate, con gli ormai identitari leoni in bronzo di Davide Rivalta (2017), collocati sui gradini dello scalone monumentale tra 2019 e 2020. All’interno invece le cose si complicano, perché oltre a inquadrare il gruppo di cani bronzei dell’opera Underdog di Liliana Moro (2005), la scena del crimine avviene nel salone centrale della galleria, che ospita una ricca collezione di dipinti del XIX secolo, collocati a occupare ogni spazio delle pareti, rivelando ancora meglio che si tratti di un museo d’arte contemporanea, privo quindi di tele del ’600.
La seconda puntata, invece, ha come luogo del delitto il palazzo al n. 1 di Piazza Foro di Traiano, costruito sopra la Basilica Ulpia voluta dall’imperatore, della quale infatti nei sotterranei conserva parte dell’antica pavimentazione. Lì vive una delle sorelle gemelle che alle pareti, tra gli altri, ha la già citata litografia di Lichstenstein che incuriosisce senza convincere troppo il giovane Cosmo.
Nel corso della narrazione, però, il dipinto più importante è la tela attribuita a Pieter Paul Rubens, in realtà dipinta dal padre di Cosmo, per la quale l’uomo, una volta scoperto dalla polizia, si è tolto la vita. Lo spettatore sa fin dall’inizio che questo è avvenuto quando Cosmo era solo un bambino, ma solo ora vede la grande tela raffigurante il Martirio di santa Lucia. Un dipinto con questo soggetto realizzato da Rubens è realmente esistito, come pala d'altare della chiesa di San Carlo Borromeo ad Anversa (1625-1640), ma andò perduta in un grande incendio del 1718. Oggi ci resta il bozzetto autografo, conservato in Francia, al Musée des Beaux-Arts de Quimper, in Bretagna.